La memoria è il racconto di un sogno

Noi siamo memoria. Senza memoria non siamo, o siamo a metà. Essa spesso ci imprigiona, ci costruisce argini di consapevolezza, ci segna una strada da percorrere.
La nostra storia personale ci permea e ci costringe in un recinto spesso angusto.
Così è anche per la storia di un popolo o di una comunità :‘Il ricordo è il tessuto dell’identità’, sosteneva Nelson Mandela.

Forse è per questo che la memoria è sempre stata al centro dei pensieri di tutte le culture.
Essa era, nella nostra tradizione mitologica, una dea fondamentale, figlia della terra e del cielo, a significare ed onorare la sua straordinaria importanza. Cosi bella e potente che Zeus se ne innamorò e volle giacere con lei per nove notti consecutive. Cosi Mnemosine diede alla luce dopo un anno le Muse, a loro volta divinità fondamentali perché impersonificazione dell’arte, del canto, della poesia, dell’astronomia ed Apollo divenne loro protettore.
Non può esistere il bello, senza memoria, né l’arte, né tantomeno la verità.
L’alètheia greca era infatti intesa proprio come ‘non dimenticanza’ e la conoscenza vera era intesa come capacità di ‘ricordare’.
Platone inoltre, aveva fatto dell’anamnesi il cardine della conoscenza stessa: solo attraverso la reminiscenza l'anima può scoprire in sé quelle verità che sono da sempre presenti in lei.

Conoscere è dunque ricordare, ridestare qualcosa che è da sempre presente in noi, ma dimenticato, inconscio.
Una lettura, questa, che arriverà lontano, fino forse alla psicanalisi e alla psicologia analitica e agli archetipi di Jung.
Del resto, non per caso, si dice che Omero fosse cieco: non era necessario vedere per descrivere il presente, ma ricordare, ricordare e raccontare erano la sua vista sul presente.
Un grande insegnamento per la nostra epoca in cui si fa di tutto per sfuggire dalla memoria, pur di stare nel nuovo, nell’upgrade, senza sapere che forse non esiste futuro senza la piena consapevolezza del passato, del ricordo.
Ricordo e racconto, sono di fatto atti radicali perché vanno alla radice di ciò che siamo.
La nostra storia è la radice che ci tiene in piedi nell’impetuoso vento del tempo. La memoria è il terreno dentro al quale il ricordo vive, essa dà nutrimento o lo nega.
In qualche modo, memoria e racconto sono sinonimi, si intrecciano e sostengono a vicenda. Definiscono un senso, un progetto, un ordine. Senza racconto e senza memoria regna la confusione, come pagine sciolte di un libro squadernato.
E forse è proprio per questa sua complessità, inintelligibilità, profondità, che la memoria è ancora un mistero, come la vita stessa.
Essa si è studiata partendo da innumerevoli punti di vista: filosofico, psicologico, organico, artistico, ma alla fine la memoria è sempre sfuggita, e ha concesso di sé solo poche, ambigue evocazioni, come un oracolo, un verso ermetico.
Più facili sono le classificazioni, giacché la tassonomia viene quasi spontanea quando è difficile andare altre e così, i processi mnemonici fondamentali sono stati quasi universalmente divisi in tre tipi differenti.
Il primo è l’acquisizione e la successiva codifica, in cui uno stimolo viene registrato e quindi etichettato e inserito in una delle categorie già esistenti oppure in una nuova.
Il secondo è l’immagazzinamento dell’informazione ed il terzo è il recupero, cioè la capacità di far tornare a livello della della consapevolezza una informazione archiviata.
Lo stesso recupero può semplicemente avvenire tramite un recupero mnestico diretto, oppure attraverso un riconoscimento in cui il recupero è aiutato da uno stimolo associativo.

Diverse teorie si sovrappongono e si susseguono, senza tuttavia mai dare una certezza definitiva.
Comunque sia, si hanno sufficienti prove per affermare che, come anche qualche antico aveva fatto, esitano tre differenti tipi di memoria: una memoria sensoriale, una memoria a breve termine ed una a lungo termine. La memoria sensoriale è legata alla memorizzazione di informazioni uditive, visive, tattili, olfattive, gustative per la durata di pochissimi secondi.
A sua volta, la memoria a breve termine viene generalmente divisa in memoria di lavoro, vale a dire legata ad un obiettivo, la memoria iconica, legata alle immagini ed una memoria ecoica, legata ai suoni. La memoria a lungo termine viene di solito divisa in memoria semantica, legata alla comprensione del linguaggio, memoria episodica, relativa agli eventi accaduti e memoria procedurale, relativa alle azioni necessarie ad eseguire compiti complessi.
Questi tre tipi di memoria, non sembrerebbero essere separati gli uni dagli altri, ma anzi in continua connessione, per cui informazioni contenute nella memoria sensoriale, si possono trasferire nella memoria a breve termine per essere conservate qualche minuto, ed alcune delle informazioni contenute nella memoria a breve termine, possono passare nella memoria a lungo termine per essere conservate a lungo.
Probabilmente le emozioni giocano un ruolo non irrilevante in questo processo di ritenzione e consolidamento. Ciò che ci colpisce od emoziona di più, può avere maggiore possibilità di essere trattenuto rispetto ad un evento o ad uno stimolo, che invece non ci ha interessati.
Succede quindi che la nostra memoria è alquanto selettiva e spesso tendiamo a ricordare stimoli che sappiamo troveranno un posto nelle categorie che già si sono formate in noi.
I nostri stessi ricordi si ricostruiscono ogni volta, nel senso che tendiamo a raccontare a noi stessi gli stessi ricordi. Essi non sono solo delle immagini del passato, ma piuttosto dei racconti sempre nuovi con il passare del tempo, di ciò che abbiamo vissuto. Una rappresentazione quasi onirica del tempo andato. Il passato che diventa sogno
Sogno, memoria e racconto si scoprono tangenti.
Numerose ricerche tendono infatti a dimostrare che i sogni sono fatti della stessa sostanza dei ricordi e che, in qualche modo, aiutano la memoria stessa a svilupparsi.
Ciò che sperimentiamo nella nostra quotidianità, ecco che ricompare nei sogni dopo circa una settimana, questo perché forse le immagini derivanti dalle esperienze precedenti vengono selezionate dal sistema per essere proprio memorizzate nella memoria a lungo termine. I sogni aiutano a ricordare e, viceversa, i ricordi diventano parte dei sogni.
É in questo modo che varie funzioni cerebrali trovano una connessione ed una interconnessione. La memoria è dunque estremo simbolo della nostra complessità
Marcel Proust, nel suo capolavoro sulla memoria, che è ‘Alla ricerca del tempo perduto’, sostiene che ‘troviamo di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso”.
E forse è proprio cosi.

Coltivare una pausa

Dopo anni di pratica professionale di Tuina (Massaggio Tradizionale Cinese) mi interrogo sui risultati ottenuti, sui successi e gli insuccessi, in particolare sui motivi che spingono le persone a rivolgersi a questo tipo di disciplina e sul perché si rivolgono proprio a me per prendersi cura dei propri disagi. Cosa conta in questo mix tra operatore e metodo.

Le persone arrivano a me o ad altre discipline ‘olistiche’ per i più svariati motivi, ma mi rendo conto che spesso cercano risposte a disagi che non trovano in approcci classici, fisioterapici, allopatici, tipici della nostra medicina occidentale, centrata sul sintomo.
Di fronte a disagi quali dolori muscolari inspiegabili, mal di testa ricorrenti e altalenanti, mancanza di energie protratte, difficoltà a dormire, a gestire le emozioni, ad uscire dagli stati di stress credo non sia risolutivo affrontare i soli sintomi.
Questo non si traduce in un ripristino dello stato di benessere, ma in un tamponare goffamente il problema, facendolo magari scomparire momentaneamente, lasciando però la possibilità che il sintomo si ripresenti in futuro, sotto altra forma.

In questi casi alcune persone sentono sempre più il bisogno e trovano in queste discipline, Tuina compreso, un approccio non sintomatico, che riesce a collegare vari aspetti della loro persona e della loro storia, in modo da inquadrare meglio le origini del disagio in atto. Quel disagio che ha, secondo me, una connotazione soggettiva, che è legato al percorso di vita unico che la persona sta percorrendo, disagio che tra l’altro evolve con questo.

In questa visione il sintomo assume una connotazione più morbida. Non è qualcosa da combattere, piuttosto un indicatore utile, testimone di una difficoltà profonda nella ricerca di un nuovo equilibrio a seguito di un cambiamento di rotta nel percorso di vita scelto. Sintomo / Indicatore che naturalmente lascerà il posto al benessere non appena il cambiamento sarà concluso.

Bene, credo che oltre a tutto ciò ci sia un altro aspetto fondamentale che fa la differenza nella pratica e che credo accomuni molte persone che si rivolgono a me perchè mi prenda cura di loro. Un motivo che magari non viene vissuto consciamente, non viene espressamente richiesto. Però emerge in qualche modo tra le righe, che a volte diventa palese e che a volte sorprende, anche per il solo fatto che queste persone continuano a venire anche dopo che il benessere è tornato.

Si tratta della possibilità che queste persone hanno di coltivare una pausa, di potersi fermare un’ora concedendosi un riavvicinamento a sé stessi, ascoltando il proprio corpo e il proprio territorio interiore senza giudizio.
Questa pausa, al di là delle tecniche di cura utilizzate, diventa potente poichè viene vissuta in un ambiente e in una relazione che accoglie questa potenzialità, fa emergere le possibilità dalle profondità e le traduce in esperienza. L’esperienza diventa in questo modo consapevolezza, una potenzialità espressa, vissuta e integrata.
In questo senso la pausa diventa fondamento della pratica di ripristino e mantenimento dello stato di benessere.

Può sembrare una cosa da poco, ma non è difficile constatare quanto siamo spesso lontani dal nostro corpo, immersi in pensieri e proiettati verso il mondo esterno. Il corpo è sempre lì, vive le esperienze quotidiane insieme a noi, traducendo quelle buone in rilassatezza, quelle non buone in dolori e tensione. Il corpo vive nel presente.

Credo che sia proprio questa occasione di pausa che permette al corpo di rilasciare queste tensioni, o di godersi a pieno questi stati di rilassamento prodotti dalle buone esperienze. Fermandosi e orientandosi all’interno, il nostro essere ritrova la sua interezza (corpo, emozioni, pensiero), la sua compattezza, può rilasciare ciò di cui non ha bisogno e produrre i frutti di un benessere naturale.

Credo infine che in tutto questo sia importante l’atteggiamento dell’operatore, colui che si pone di fronte alla persona con lo sguardo aperto, fiducioso, accogliente. Colui che sappia rendere sacra questa ora di pausa, questo breve spazio temporale in cui la persona può tornare a toccare la sua essenza di essere senziente, riconoscendosi, a volte perdonandosi. Trovando quindi pace e sentendosi nuovamente il potente autore della propria vita.

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Imparare a essere assertivi: smettere di dire “sì” quando vorremmo dire “no”

È necessario saper dire di “si” e di “no” nel momento giusto. Queste due risposte, se ben usate, definiscono i confini della nostra identità, mostrando agli altri in che modo desideriamo essere trattati. Ogni volta che esprimiamo onestamente quello che vogliamo davvero, non arrechiamo nessun danno al prossimo. Esprimere chiaramente ciò che pensiamo è un segno di rispetto per sé e per gli altri.

Vi invitiamo a leggere la seguente storia, come spunto di riflessione sul livello della vostra assertività. Buona lettura!

“Sulla collina, un albero solitario aveva deciso di fare amicizie e stare un po’ in compagnia. Per questo ospitò tutti gli uccelli che si presentavano, facendo spazio tra le sue foglie, perché i rami accogliessero i loro nidi. Certo, bisognò rinunciare a un po’ di pace, visto tutto quel baccano, ma l’albero pensò che fosse meglio così.

Una colonia di formiche prese a percorrere il suo tronco in lungo e in largo e seppure quell’allegro passaggio procurasse un po’ di solletico, l’albero pensò che fosse meglio così.
Alcuni topolini campagnoli si sistemarono tra le sue radici, e anche se ogni mattina ne rosicchiassero un po’, l’albero pensò che fosse meglio così.
Anche la vitalba si insinuò tra i suoi rami, vista l’accoglienza e, seppur da parassita qual era succhiasse un po’ di linfa, l’albero pensò che fosse meglio così.

Venne anche un intagliatore di legno a prendere un pezzo della sua corteccia e l’albero fu ben contento di immaginare una parte di sé a far bella mostra in una vetrina.
Il proprietario del terreno tagliò qualche ramo per potenziare la staccionata di recinzione e, per quanto un po’ spennacchiato, l’albero si compiacque per la sua capacità di essere utile e pensò che fosse meglio così.

Col passare del tempo, crebbe il numero degli uccelli e sui rami dell’albero c’erano più nidi che foglie, le radici si assottigliavano e l’albero faceva fatica a contrastare il vento; l’intagliatore era tornato più volte e la superficie del tronco era quasi tutta scoperta; il proprietario aveva rinnovato la staccionata, prendendo anche i rami più alti.
L’albero cominciò a sentirsi snaturato, privato delle sue caratteristiche migliori e la sua salute vacillò. Rifletté sulla sua situazione e pensò che probabilmente aveva pagato un prezzo troppo alto, per non sentirsi solo.
Sulla collina c’è oggi un magnifico albero, sempre accogliente e disponibile. Con fatica ed impegno ha imparato a dire “no”, non si lascia più invadere ed è proprio convinto che sia meglio così.”

E tu?

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Ri-Tratto

Il ritratto fotografico è un diverso modo di conoscersi. Un porre attenzione, un ritrovarsi ed un riconoscersi.

Tramite il ritratto si ferma il proprio tempo per dedicarsi all’altro o a se stessi, per raccontare o raccontarsi. C’è qualcosa di profondamene biografico nel ritratto, come se una sintesi di tutti gli accadimenti passati si concentrasse su quel particolare volto, in quel particolare momento.

Cosi, si raccontano storie e si ripensano eventi.

Nel lavoro svolto attraverso la fotografia si può far emergere il punto di vista unico di ognuno, giacché ogni ritratto è sempre un punto di vista. Non solo, si è anche in grado di ridare poi forma a quella prospettiva, arricchendola di segni propri, di emozioni tramite colori, un proiettare parti di sé nell’altro, per accorgersi che abbiamo tutti qualcosa in comune, qualcosa che ci lega e ci rende simili: il ritratto come un’educazione all’empatia, alla consapevolezza e alla differenza.

Tratto, come tratto di penna, ma anche come tratto di strada e ri-tratto come una nuova e più sicura percorrenza o scrittura...una più accurata valutazione, un passaggio più convinto, un ri-pensare l’altro.

Importante è anche la preparazione al ritratto fotografico. Mettersi in posa, attendere, tenere gli specchi per la luce indirizzati sul volto, cercare di non muoversi conservando una concentrazione non facile da mantenere, aspettare il proprio turno e decidere se scattare nuovamente oppure no. Tutti elementi, questi, di uno stare in relazione con se stessi e con l’altro, ma anche con l’aspettativa di un qualcosa di ancora non visto, non conosciuto, ignoto.

Ritratto come arricchimento, ritratto come dono di una parte di sé al mondo, ritratto come visione di sé attraverso un altro sguardo, ritratto come coraggio di esserci.

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Case Ginezzo, il luogo ideale per i nostri laboratori residenziali

Siamo felici di presentarvi in anteprima la nuova struttura che abbiamo scelto per le attività di tipo residenziale, che partiranno già dalla prossima primavera-estate 2018.

Perchè Ginezzo

Monte Ginezzo è un Parco Regionale ad una decina di chilometri da Cortona. Da qui si può ammirare gran parte della Val di Chiana e l'intero Lago Trasimeno. Un luogo ideale per tornare in contatto con la Natura e con se stessi.

Qui è possibile sperimentare, fuori dagli spazi quotidiani e cittadini, molti di quegli aspetti legati all’espressione libera e autentica di sé, alla creatività, al contatto col proprio corpo e i suoi ritmi naturali, alla consapevolezza e alla condivisione con gli altri.

Sul complesso...

Il complesso agricolo-forestale di Ginezzo è di proprietà della Regione Toscana ed è stato affidato alla cooperativa La Fabbrica del Sole per 15 anni. Sono circa 300ettari sulle montagne sopra Cortona (AR), tra la Valdichiana, il Lago Trasimeno e la Valtiberina con i paesaggi tipici di Piero della Francesca: è il punto baricentrico tra Roma, Perugia, Siena e Firenze.

Quattro immobili in pietra, con una piscina e sei piccole casette a tema (ceramica, piante officinali, giochi bambini, etc..), una voliera coperta di un ettaro, una Abbazia del 1200 abbandonata in mezzo ai boschi, i resti delle colonie per bambini degli anni ’30 e tanti percorsi da fare a piedi o in bici. La tenuta vieta assolutamente la caccia e la raccolta dei fiori (ci sono gli ultimi esemplari di alcuni fiori quasi estinti) ed è attraversata dal Sentiero 50 che porta da Passignano sul Trasimeno a Chiusi della Verna (Eremo di San Francesco) passando sopra Portole, Monte Sant’Egidio, Montecchio, la Val di Chio, Castiglion Fiorentino, Alpe di Poti sopra Arezzo e il Casentino e attraversando in alcuni punti una strada basolata romana e dei panorami mozzafiato.

sito di riferimento struttura: www.offgridfarming.it

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Contattaci e ti daremo tutte le informazioni aggiornate!

Nasce Achillea!

Benvenuti in Achillea!

Il gruppo dirigente di Counseling Espressivo Firenze ha fondato l’associazione Achillea!

Crediamo nell'importanza di sperimentare, costruire e coltivare relazioni di qualità e ci impegniamo a farlo attraverso le nostre attività di crescita personale, di formazione, di confronto e condivisione, di servizi e attività culturali sul territorio fiorentino e toscano.

Siamo felici di mettere così a frutto i circa 15 anni di esperienza di formazione in counseling e di agevolazione della crescita e del benessere degli individui e della comunità.

Segui le nostre attività e proponici le tue idee!

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Stress? No, grazie!

La vita ci richiede spesso ritmi molto elevati e ci presenta situazioni sempre più stimolanti e intense a cui dover rispondere. In questo clima di frenesia quotidiana, lo stress rappresenta una condizione potenzialmente rischiosa per il nostro benessere psicofisico. Diventa quindi fondamentale imparare a gestirlo e ad affrontarlo in maniera costruttiva e potenziante.

Ma come fare? Ecco, il vademecum “anti-stress”!

  • Evitare di mettersi in condizioni stressanti, anche banali. Limitare le situazioni stressanti, non perdendo mai di vista il proprio benessere, la propria volontà, non piegarsi a situazioni frustanti e ridurre al minimo le rinunce.
  • Cominciare a dire di no sia a coloro che chiedono troppo sia più semplicemente quando non si ha voglia di fare qualcosa. Invece di ragionare in base al “perché no”? Cominciare a chiedersi “perché sì”?
  • Cercare sempre di scegliere in modo autonomo, senza farsi influenzare da pressioni esterne, si avranno meno rimpianti, rancori e quindi meno stress.
  • Appena è possibile, dedicarsi a qualcosa che piace veramente e che diverte, senza per questo sentirsi in colpa: il tempo speso meglio è proprio questo che consente di rigenerarsi psicologicamente. Ovvero ogni tanto prendersi una pausa e agire con "lentezza": assaporando ad esempio un cibo, guardare intorno mentre si cammina.
  • Essere all’ascolto di se stessi e in accordo con le proprie convinzioni.
  • Valutare ogni situazione in base a quello che è, non in funzione di ciò che sarà dopo. Se ad esempio si è in ferie, meglio godersi in pieno la vacanza piuttosto che amareggiarsi pensando che nel frattempo forse era meglio fare un’altra cosa.
  • Spostare o saltare un determinato lavoro o impegno.
  • Evitare pensieri rigidi su se stessi, del genere: “devo essere perfetto in qualunque situazione, non posso rifiutare le richieste altrui”. Fare invece pensieri maggiormente flessibili e benevoli, del genere: “farò questo un passo alla volta, andrà tutto bene, cerca di rilassarti e di stesso calmo, ho visto cose peggiori di queste, posso annullare la preoccupazione adesso”.
  • Realizzarsi attraverso attività creative, qualunque esse siano e scoprire nuovi canali di espressione e comunicazione: disegno, acquarelli, pittura, scultura, cucito, cucina, informatica, poesia, scrittura, musica, teatro, foto, video, ecc...
  • Impegnarsi con regolarità secondo i propri gusti e possibilità nelle attività fisiche che danno soddisfazione. Un esercizio fisico regolare aumenta le difese immunitarie e la produzione di sostanze positive. Come il fatto di ridere: esercitare anche la propria capacità di ridere e di far ridere!
  • Approfittare di un’alimentazione sana ed equilibrata: evitare alcool, eccitanti e droghe. Privilegiare prodotti freschi e fibre. Scoprire le virtù degli alimenti e delle piante. Attingere alle risorse della nutrizione.
  • Concedersi un tempo di recupero sufficiente: quando si avverte un calo di energie, utilizzarle per riposarsi e rigenerarsi. Ogni giorno è fondamentale dormire un numero di ore adeguato.

E tu, quali di questi ambiti potresti migliorare?

Autostima: per stimare qualcosa bisogna conoscerlo

Se è vero che non è importante come gli altri ci vedono ma come noi vediamo noi stessi, perché è così difficile guardarsi realmente, conoscersi ed accettarsi per ciò che siamo, e quindi auto stimarci?

L’autostima è un senso soggettivo e duraturo di auto approvazione del proprio valore personale che inizia a svilupparsi nell’infanzia, si alimenta con le esperienze di vita e funziona da supporto interno, che perciò sostiene senza il costante bisogno dell’appoggio esterno.

L’esperienza soggettiva è il punto chiave, quindi. E’ quello che ci accade nella vita, e da quale prospettiva ne facciamo esperienza (se interiore o esterna) che crea in noi un solido e obiettivo senso di sé, basato sui nostri reali punti di forza e sulle aree di miglioramento che emergono nel tempo.

In realtà, purtroppo, dentro di noi spesso ci valutiamo sulla base di giudizi e valori esterni.
L’immagine che ognuno ha di sé è infatti un mosaico che nel tempo prende forma lentamente in base alle risposte che riceviamo dagli altri e dall’ambiente, più che dalle risonanze interne che le esperienze hanno su di noi. Fin da molto piccoli, non sentirsi visti, amati, sentire che i propri bisogni e richieste vengono disattesi, che non siamo importanti e non veniamo riconosciuti e apprezzati per quello che siamo, sono tutte modalità che tolgono quel “capitale” sul quale si costruisce l’autostima.

In seguito, durante lo sviluppo, questo processo può venire ostacolato dalle aspettative e critiche esterne che ci spingono ad essere come altri vogliono e non come realmente siamo o stiamo diventando. Così cominciamo a valutarci sulla base dei giudizi altrui e non di quello che ci dice la nostra esperienza, nel caso appunto in cui sia stata poco riconosciuta.

Il luogo di potere si trova dentro di noi, e nel trovare anche da adulti il modo di guardarsi ed ascoltarsi dall’interno, per conoscersi e valutare correttamente e benevolmente le proprie capacità e i propri limiti, registrando ed accettando entrambi così da muoverci nel mondo gestendo al meglio le carte che abbiamo nelle mani.
Il luogo di potere si trova dentro di noi, e nel trovare anche da adulti il modo di guardarsi ed ascoltarsi dall’interno, per conoscersi e valutare correttamente e benevolmente le proprie capacità e i propri limiti, registrando ed accettando entrambi così da muoverci nel mondo gestendo al meglio le carte che abbiamo nelle mani.